LA SARDEGNA DEI 10.000 NURAGHI IN MOSTRA AL MUSEO NAZIONALE ETRUSCO

Prima popolo guerriero, ora, come dimostrano i recenti studi, popolazione tribale dedita al commercio. I nuragici, così come le costruzioni da cui prendono il nome, i nuraghi, rappresentano uno dei simboli più affascinanti della Sardegna, fonte inesauribile di informazioni sul primo passato dell’isola.

Ma non soltanto dell’isola, ed in effetti le scoperte archeologiche di manufatti provenienti sì da queste popolazioni, ma ritrovati in altri luoghi, dimostrano come questo antico popolo intrattenesse una fitta rete di relazioni commerciali e culturali con gran parte del Mediterraneo. Questo ha permesso di scoprire come i nostri antenati si fossero fatti interpreti di nuove tecniche metallurgiche, apprese ed elaborate in modo originale e quindi ritrasmesse alle altre popolazioni.

 

Tra le zone toccate dagli scambi, l’Etruria meridionale, dove sono stati ritrovati numerosi bronzetti, che tuttavia sino ad ora erano sempre stati esposti accanto a quelli rinvenuti sull’isola.

Da qui l’idea di creare una esposizione rappresentativa delle relazioni tra i due popoli, quello nuragico e quello etrusco, proprio nel cuore culturale più rappresentativo di questa seconda civiltà, ovvero il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma .

 

Inaugurata lo scorso 14 dicembre, la mostra “La Sardegna dei 10.000 Nuraghi. Simboli e miti dal passato”, proseguirà fino al 16 marzo 2014, e prende spunto da una precedente esposizione inaugurata nell’ottobre 2012 ad Ittireddu e poi spostata fino al 30 novembre 2013 al museo G. A. Manna di Sassari, dall’emblematico titolo “Simbolo di un Simbolo”.

E in effetti le riproduzioni delle strutture e le statuette, hanno giocato un ruolo fondamentale all’interno della vita sociale dei villaggi nuragici, cardine rappresentativo del potere delle élites e insieme oggetti sacri di culto, divenendo nel tempo rappresentazione dell’unione e dell’aggregazione della comunità. Da rappresentazione del mito è divenuto poi uno dei principali simboli di identità della Sardegna, ancora oggi di grande rilievo nell’evidenziarne l’unicità e l’eccezionalità culturale.

Dall’altro lato, con i ritrovamenti nelle altre zone del mediterraneo, la dimostrazione di come il popolo nuragico fosse aperto agli scambi, e soprattutto protagonista nei rapporti commerciali con le altre popolazioni.

 

Rifacendosi al filo tematico che guidava il precedente allestimento, la mostra di Villa Giulia è divisa in quattro sezioni che si snodano dal docufiction (di Roberto Cretton, testi di Franco Campus e Pina Maria Derudas), cui segue un percorso geografico dal nord al sud dell’isola che mostra, attraverso riproduzioni in pietra e in bronzo (alcune provenienti dal complesso di “Mont’e Prama”), le conformazioni dei principali siti, il ruolo svolto dai monumenti come bene sociale e l’importanza che le riproduzioni ebbero nella narrazione dei segni del potere, in particolar modo le famose navicelle votive con l’albero maestro conformato a torre.

 

Di particolare rilievo, in virtù di leganti, i  provenienti dal santuario di Hera a Gravisca (Tarquinia), dal sequestro Medici e i tre bronzi figurati della tomba femminile della necropoli di Cavalupo, denominata in letteratura “tomba dei bronzetti sardi”. Sullo sfondo, l’imponente collezione permanente di reperti della cultura etrusca, di cui villa Giulia è sede espositiva.

 

 

 

 

 

 

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