Queste sepolture collettive, che non possiedono eguali europei, consistono essenzialmente in una camera funeraria lunga dai 5 ai 15 metri e alta da 1 a 2 metri. La parte frontale della struttura è delimitata da un’esadra quasi a simboleggiare le corna di un toro, o una mezza luna e nelle tombe più antiche, al centro del semicerchio è posizionata una stele alta fino a 4 metri, finemente scolpita e fornita di una piccola apertura alla base che , si suppone, venisse chiusa da un masso, e tramite la quale si potesse accedere alla tomba. Nelle vicinanze dell’ingresso veniva eretto un obelisco (chiamato dai sardi betile) che probabilmente simboleggiava lo spirito dell’antenato che vegliava sui defunti. Erano collocate distante dai villaggi, e potevano ospitare una grande quantità di defunti. Si suppone fra i cento e i duecento. Degli ossari dunque nei quali venivano depositate le spoglie dei defunti una volta che queste erano divenute degli scheletri. Molto probabilmente venivano scarnificate prima della sepoltura

(sono stati rinvenute tracce di questa pratica sulle ossa), e venivano seppellite quando raggiungevano un numero consistente.

Presenti in quantità ecclatante in terra sarda, in data odierna possiamo contare un numero di 321 tombe scoperte, pur immaginandoci che ancora molte siano nascoste e da scoprire. Di notevole interesse sono quelle di Capichera in Arzachena, Li Lolghi e Coddu Vecchju, ma certamente ache quelle di Madau, nei pressi di Fonni.


Claudia Zedda

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