La lettera di un emigrato: "In fuga dal Sarrabus ma voglio tornare"

Salve, mi chiamo Baku, classe 1983, nato a Muravera, vissuto fino ai 20 anni a San Vito. Fin da ragazzino ho aspettato con ardore il diploma, per poter fuggire da quel paese, quel contesto, che alla mia anima irrequieta parevano una gabbia troppo, ma davvero troppo piccola e crudele.

Una gabbia fatta di pregiudizi, luoghi comuni, provincialismo spinto, di quella cultura retrograda, conservatrice se non reazionaria, chiusa in se stessa senza se e senza ma; quell’humus culturale che ti soffoca, e se non stai attento, ti uccide perfino. Per me il paese, e la Sardegna tutta, non erano che un luogo odioso dal quale fuggire. “Scappa! Veloce, e senza mai voltarti indietro!”. E così ho fatto, allora. Sono “uscito di casa” l’11 settembre, due anni esatti dopo quello dello storico attacco alle Twin Towers.

Sono andato a stare a Pisa, dove ho vissuto una breve parentesi, e adesso sto ormai da sette anni a Bologna. Sono laureando, e in questi anni sono anche stato operatore call center, operaio in fabbrica, impiegato d’ufficio, sondaggista sui mezzi pubblici, docente d’ausilio in istituti superiori, barman e qualcos’altro che sicuramente scordo. Certe mansioni le ho svolte per due mesi soli, altre di più. Ma, oltre alle possibilità concrete, sapete cosa più mi ha impressionato? Quando sono arrivato in fabbrica, dopo pochi giorni, i miei colleghi mi hanno ammonito perché non “segnavo” gli straordinari.

Per me, che prima di allora avevo lavorato un paio di stagioni in un villaggio turistico in Sardegna, era normale fare due, tre ore di straordinari “gratis”, e nel frattempo essere anche trattato senza rispetto, ovvio.

Ecco, questa è la prima cosa che allora, lavorando a Bologna, ho notato. Finalmente, in quel contesto, il mio lavoro era apprezzato, non ero l’ennesimo asino da soma da sfruttare, ma bensì un essere umano. Al di là della parentesi lavorativa, vivere in una grossa città del “continente” significa anche avere possibilità di socializzazione, di scoperta, di arricchimento, tutte cose che in paese potevo solo sognare. Suoni uno strumento? Troverai un gruppo con cui farlo. Vuoi fare nuove conoscenze? Esci la notte in giro, facile. Vuoi vedere un film? Vai al cinema. Appassionato di teatro? Ne trovi quanti vuoi. Ma, come ogni cosa nella vita, c’è il risvolto della medaglia.

Dopo dieci anni di lontananza dalla mia terra ho capito che “stare fuori” non è del tutto rosa e fiori. Ti mancano gli affetti, e capisci che stare lontano dai tuoi genitori, con gli anni, assume un peso non da poco. Ti manca il profumo degli arbusti spontanei, il panorama mozzafiato della Campuomu, l’odore della pioggia che non si mischia al cemento, ma bensì alla terra, l’odore della merda dei maiali, che sarà sempre meglio di quella d’urina che pregna i portici di alcune zone di Bologna. Ti manca il mare. Ah, il mare d’inverno, quel freddo pungente, e l’odore di salsedine che penetra, forte, nelle narici. E ti manca la campagna, l’orizzonte che diventa verde e sfuma con un cielo potente. Mi manca tanto anche il poter avere un cane.

Ecco, vedete, solo con la lontananza ho capito quanto la Sardegna sia un luogo splendido, incantevole, un paradiso davvero. Il problema, quindi, non è la Sardegna in sé, ma bensì “riuscire a vivere bene in Sardegna”. Quello che sogno per la mia terra e, nello specifico per il mio caro Sarrabus, è vedere meno bar e qualche libreria, meno forze dell’ordine annoiate in giro e più giovani nelle piazze, meno pettegolezzi di paese e più discorsi sull’ultimo film in uscita, e poi possibilità di socializzazione, circoli, associazioni, band musicali. In un solo concetto: possibilità di vita. Io, ormai trentenne, ci penso talvolta, a tornare nella mai terra. Vorrei però tornarci non costretto dalla mancanza, dalla malinconia, ma bensì mosso da una scelta cosciente e pienamente voluta. Voglio tornare a testa alta, con un lavoro dignitoso, a condurre una vita dignitosa. Ma, finché non si lavorerà sul punto di sopra, ossia le “possibilità di vita”, credo questo rimarrà, ahimè, solo un sogno.

Concludo salutando tutti i miei vecchi amici, i compaesani, i miei splendidi genitori, mando a tutti voi un forte e sincero abbraccio dalla bella Bologna.

Con affetto, Baku.

(Foto simbolo da sito targatocn.it)

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